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August 29 Ricordi sbocciavan le viole con le nostre parole "Non ci lasceremo mai, mai e poi mai",
vorrei dirti ora le stesse cose ma come fan presto, amore, ad appassire le rose così per noi
l'amore che strappa i capelli è perduto ormai, non resta che qualche svogliata carezza e un po' di tenerezza.
E quando ti troverai in mano quei fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano, li rimpiangerai
ma sarà la prima che incontri per strada che tu coprirai d'oro per un bacio mai dato, per un amore nuovo.
( Io invece di nuovo avevo capito morto!!! secondo me morto ci sarebbe stato meglio!!) ^^
Wow che bello! Ieri mi è arrivat il libro di ALICE UNDERGROUND!!  Sono stra felice!!
Domani mi iscriverò a giurisprudenza...Speriamo bene...Anche se non sono convinta al 100% per vari motivi spero vada tutto ok...
Cmq dopo pranzo andrò a florenzzz con il mio patato!!
Che bello..Finalmente un viaggetto insieme!! Andiamo a giro per negozi e poi a vedere la mostra sull'impressionismo a palazzo strozzi...
Alice Underground non è nient’altro che il libro che Lewis Carroll (che nella vita si chiamava Reverendo Charles Dodgson) regalò per Natale alla piccola Alice, figlia di un suo conoscente, per la quale la storia era stata inventata, il 4 luglio del 1862 durante una gita in barca. Libro che poi divenne famoso col titolo di Alice’s adventures in Wonderland (Alice nel paese delle meraviglie).
Quello che però non tutti sanno è che Wonderland è una versione modificata rispetto al vero libro scritto e le vere immagini disegnate dallo stesso Carrol in Undergrund.
Cominciando dalla foto qui sopra che ritrae la giovane Alice, ben lontana dall’immagine che tutti abbiamo in mente, quella della bimba bionda con la fascia tra i capelli e il grembiulino.
Cosa accade in Undergrund è molto interessante (almeno per i miei gusti!). Si addormenta e sprofonda sottoterra, intraprende un viaggio onirico che le farà incontrare molte persone a lei familiari sotto veste di animali: le sue sorelle, trasformate in pappagallo (Lorina=Lory equivalente di Loreto) e Aquilotto (Edith=Eaglet); il Dodo estinto animale, ovvero Carrol stesso (prendendo in giro la sua balbuzie Do-Do-Dogson, dal suo vero nome); L’Anatra (ovvero il reverendo Duckworth, amico di famiglia). Le illustrazioni di Carrol poi svelano cose non così evidenti in Wonderland, per esempio il disegno della porta nell’albero: la porta che permette ad Alice di andare nel sottosuolo. In inglese la parola tree (albero) e al parola door (porta) sono etimologicamente affini e nella lingua celtica si usava la parola duir per indicare sia quercia che porta. La quercia, albero sacro ai Celti e strettamente legato all’insegnamento dei druidi, era considerata a tutti gli effetti la porta che metteva in comunicazione con gli dei. Inoltre i celti usavano un calendario lunare in cui i 13 mesi prendevano il nome dagli alberi..il mese in cui fu raccontata la storia era il mese di Duir, la quercia appunto. Qui non si tratta di avventure particolarmente divertenti per Alice: le capitano cose bizzarre e curiose, certamente, ma a divertirsi è solo chi legge. Se è vero, come sostengono alcuni studiosi, che l’espressione umana del sorriso ha la stessa origine di quella che manifesta la paura, impegnando gli stessi muscoli facciali, si può pensare che in Underground il riso serva come arma di difesa ad Alice (quella in carne e ossa) contro la paura di ciò che potrà succederle nelle avventure sotterranee.
Come facevano i buffoni di corte Carrol mette in guardia Alice dalle violente assurdità della vita di tutti i giorni (e non solo nell’Inghilterra vittoriana).
Lewis Carrol_Alice Underground_ed Stampa Alternativa
(è una fantastica edizione coi disegni originali dell’autore e la versione scritta a mano in lingua originale a cui si sussegue la traduzione in italiano ) August 19
Macabre ma carinissime, sepolcrali ma superdivertenti, le graphic novel della ragazzina più amata da Elliot e da altri editori di mezzo mondo: Lenore!
Lenore è piccola, tenera, buffa. Lenore è diabolica ma anche innocente, ha i fermagli per capelli a forma di teschio e gli occhioni grandi grandi. Lenore è irrimediabilmente, sorprendentemente morta, ma non se ne cruccia. Lenore ha tanti amici, tra cui un vampiro trasformato da un sortilegio in un pupazzo di pezza, così non morde. Lenore ha una specie di fidanzato, che però picchia sempre con violenza. Lenore è la protagonista del fumetto indipendente più venduto in America. “Il mio più grande desiderio? Essere come Lenore” CAROLINE THOMPSON, SCENEGGIATRICE DI NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS E LA FAMIGLIA ADDAMS
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| Roman Dirge ha creato Lenore nel 1992 e da allora non è più riuscito a sbarazzarsene. Dopo centinaia di migliaia di fumetti venduti e tonnellate di merchandising (dalla carta da lettere alle magliette, dai pupazzi alle spille), continua a disegnare (e a disegnarla), riuscendo nel frattempo a esibirsi come apprezzato prestigiatore e star del rock industriale con i Taxidermied. Il suo ricchissimo sito internet è www.spookyland.com.
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August 08
Control, Anton Corbijn racconta i Joy Division
...I guess you were right, when we talked in the heat, Theres no room for the weak, no room for the weak... Joy Division, Day Of The Lords
Anton Corbijn (Strijen, Olanda, 1955), già stimato fotografo nonché apprezzato autore di videoclip (Depeche Mode, Nick Cave, Nirvana tra gli altri) ha appena esordito con il suo primo lungometraggio, Control, aggiudicandosi il premio per il Miglior Film Europeo nella sezione Quinzaine des realisateurs del Festival di Cannes.
La pellicola è ispirata a Touching From A Distance, il libro di Deborah Curtis in cui l’autrice racconta la vita del marito Ian Kelvin Curtis (nato il 15 luglio 1956 e morto suicida all’età di 23 anni il 18 maggio 1980), frontman dei Joy Division.
Grazie al carisma del suo leader, ai suoi testi aperti su scenari postindustriali e apocalittici, memori di influenze letterarie che spaziano da Franz Kafka a Fedor Michajlovic Dostoevskij, da William Seward Burroughs a James Ballard e grazie a quella danza spigolosa che Curtis inscenava sul palcoscenico evocando in maniera sconvolgente le proprie crisi epilettiche, all'inizio degli anni Ottanta la band costituì uno dei principali punti di riferimento per gli amanti delle sonorità Goth, il genere che in Italia, e solo in Italia, venne identificato come Dark.
Era quasi inevitabile che fosse Corbijn a raccontare con le immagini la storia di Ian Curtis, per diverse ragioni: innanzitutto perché il fotografo olandese aveva avuto modo di conoscere di persona i Joy Division, dal momento che si trasferì in Inghilterra dall’Olanda in quanto loro fan e poi immortalò il gruppo di Manchester, poco tempo prima del suicidio di Ian, in uno scatto che ne delineò l’iconografia. L'immagine ritrae i quattro musicisti di spalle all’interno di una galleria in discesa. Ian, sulla destra, è leggermente girato e guarda di scorcio l’obiettivo.
Con questo film, Corbijn non fa che prolungare figurativamente e narrativamente quella fotografia, di cui recupera l’immagine in bianco e nero sgranato restituendone la medesima sensazione di indefinitezza che avvolge le figure immortalate.
Il biopic è ambietato durante gli ultimi tre anni di vita del cantante: l’incontro tra Ian e Deborah, il matrimonio, la formazione del gruppo e il tragico epilogo, descritto nei suoi minuziosi dettagli tanto casuali quanto significativi. Focalizzandosi soprattutto sulla vicenda personale di Ian e Deborah, eludendo in tal modo le inquietanti ambiguità o provocazioni politiche dei Joy Division, lasciando sullo sfondo il rapporto con l’industria discografica e la società dello spettacolo, la cinepresa pedina il protagonista nella sua confusione sentimentale, giustificata dalla giovane età e dall’improvviso successo, con uno stile scarno e quasi giansenista: il suono è in presa diretta, gli attori sono semisconosciuti, a eccezione di Samantha Morton, e tutti obbligatoriamente inglesi.
Ian Curtis è interpretato, con incredibile somiglianza mimetica, dal ventisettenne Sam Riley, cantante del gruppo indie 10000 Things, così che nelle sequenze in cui il gruppo suona non si fa uso di playback. Le canzoni eseguite live o in studio di registrazione dagli stessi attori/musicisti, quindi diegetiche, e le liriche recitate in fuori campo (extra diegetiche) da Riley tessono coordinate temporali e tematiche, fungendo contemporaneamente da coro e da capitolazione dell’intreccio. Il neoregista preferisce lasciare parlare i testi originali, capaci di esprimere, con la loro lucida disperazione, lo stato d’animo del protagonista meglio dei pochi dialoghi.
Il risultato definitivo ricorda involontariamente i film di Philippe Garrel o il Free cinema inglese, ed è speculare agli approcci autoriali di Jean-Luc Godard in One Plus One (1968) o di Gus Van Sant in Last Days (2005), piuttosto che alle lisergiche e compiaciute carrellate di Oliver Stone in The Doors (1991).
Il maggior merito della pellicola rimane sicuramente quello di aver trattato un argomento tanto delicato e facilmente idealizzabile con un certo pudore, senza cedere alla tentazione di farne un’opera visionaria o di eroicizzare la vita di quello che era, né più né meno, un piccolo gruppo musicale nella profonda provincia inglese guidato da un ragazzo insicuro e sommerso dalle responsabilità, con i suoi pregi e difetti, forse semplicemente troppo sensibile. Corbijn osserva solo in superficie, non scava, non pretende di dare risposte perché non ne ha e con questo film sembra volersi interrogare ancora. (antonio rubinetti)
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